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Le Rubriche di CesenaNotizie - Romagna Mondo

ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 25 / Emidio Salvigni dalle guerre di Napoleone all’Argentina, a combattere per l’indipendenza

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Se in Italia, e persino nella sua natia Romagna, il nome di Emidio Salvigni rischia di essere sconosciuto ai più, così non è in Argentina, dove è annoverato fra gli artefici dell’indipendenza nazionale: a San Miguel de Tucumàn gli è dedicata una strada ed è ancora presente e onorata la sua tomba monumentale.

Nato a Imola l’8 marzo del 1789 da famiglia borghese e benestante, intraprese studi umanistici e giurisprudenziali a Bologna che interruppe quando, nel 1805, le truppe francesi arrivano nelle Legazioni pontificie di Bologna e Ferrara. Nel giugno di quell’anno, quando l’imperatore Napoleone I cavalca trionfalmente nelle vie di Bologna, molti cuori, fra cui quello di Emidio, si infiammano. Così il giovane imolese, in settembre, si arruola volontario nei Veliti Reali, un corpo dell’esercito napoleonico. Diventa caporale, scala le gerarchie militari e nel 1812 è capitano.

Nel frattempo ha combattuto nelle campagne di Dalmazia, al comando del reggiano Carlo Zucchi, poi in Spagna. Nel maggio del 1813, come aiutante di campo di Zucchi partecipa alla battaglia di Bautzen, in Sassonia, combattuta contro le truppe della coalizione russo-prussiana nelle fasi finali della ritirata della Grande Armée dalla disastrosa campagna di Russia del 1812. È dunque un protagonista delle guerre napoleoniche, nelle quali si guadagna tre alte onorificenze: quella dell’Ordine della Corona di Ferro, la medaglia di Sant’Elena e la Legion d’Onore.

Bautzen

La battaglia di Bautzen in una stampa dell’epoca

Quando nel 1815 l’Impero napoleonico crolla, Salvigni, fermo nei propri ideali, segue l’esempio di altri ufficiali e protagonisti che provengono dall’esercito imperiale. Così nel 1816 attraversa l’oceano e giunge in prima battuta a Buenos Aires, per arruolarsi nelle truppe delle Province Unite del Rio de la Plata, che lottano per l’indipendenza dell’Argentina della Spagna, nelle quali viene accolto con il grado di tenente colonnello di fanteria fra le fila dell’Esercito del Nord, schierato a Tucumàn sotto il comando del generale Manuel Belgrano. Belgrano è uno dei padri fondatori dell’Argentina, noto come l’ideatore della bandiera nazionale bianca e azzurra, suggeritagli, vuole la tradizione, dal cielo di una mattinata di sole sul fiume Paranà. Belgrano tiene da subito in alta considerazione l’ufficiale romagnolo, colto, esperto e carismatico, e lo nomina suo aiutante insieme a Geronimo Helguera.

Belgrano

Manule Belgrano e la bandiera argentina da lui ideata

Grazie a Belgrano e al ruolo prestigioso che ricopre al suo fianco, Emidio Salvigni, frequentando la buona società argentina dell’epoca, conosce la figlia del ricco mercante spagnolo José Ignacio de Garmendia y Aguirre, Maria della Croce, e la sposa lo stesso giorno in cui le due sorelle della giovane convolano a nozze l’una con Francisco Antonio Pinto Diaz, che poi sarà presidente del Cile, l’altra con il già citato Geronimo Helguera. La triplice cerimonia si svolge nel 1817 nella chiesa di Matriz di Tucumàn, segnalandosi come un evento assai rilevante per l’importanza delle famiglie coinvolte.

Emidio Salvigni

Emidio Salvigni

Manuel Belgrano, ammalato, lascia Tucumàn e torna a Buenos Aires; lo accompagnano i suoi aiutanti Helguera e Salvigni, che saranno con lui nel momento della sua morte, avvenuta il 20 giugno del 1820. Dopo la scomparsa del generale, Salvigni continua la sua militanza al comando di Gral Soler, e combatte altre battaglie fino al giugno del 1821, quando chiede e ottiene una «licenza assoluta con privilegio e uso dell’uniforme». Dal 1827 al 1829 lo troviamo come membro e poi presidente della Sala de Representantes formata dai notabili della Provincia di Tucumàn; ma scoppiano le guerre civili, e Salvigni torna in campo a combattere, difendendo al città dalle truppe di Facundo Quiroga.

La sconfitta lo costringe a migrare in Cile nel 1831 col figlio Emidio Segundo (la moglie invece resta in Argentina); qui, insieme con tre soci, si dedica con profitto allo sfruttamento di miniere. Ma la buona sorte non lo accompagna per molto: la guerra arriva in Cile e l’attività mineraria e commerciale crolla, e durante uno dei tanti disordini rivoluzionari che interessano l’area, nel dicembre del 1851, una pallottola vagante uccide suo figlio Emidio Segundo. Non volendo informare la moglie rimasta in Argentina, seriamente ammalata e depressa, Salvigni le fa credere che il ragazzo sia vivo e addirittura le manda lettere falsificando la sua grafia e la sua firma.

Nel 1852 torna a Tucumàn, e in seguito ricopre incarichi di rilevo durante il governo di Marcos Paz; nel 1858 fa restaurare la piramide che Belgrano aveva eretto nel campo della Cittadella per commemorare la battaglia di Maipù; il monumento è ancora nell’attuale Plaza Belgrano. Inoltre l’imolese adotta il pronipote Augustìn Munoz, che nomina poi suo erede.

Salvigni Baldini

La “piramide” che commemora la battaglia di Maipù, in Piazza Belgrano a San Miguel de Tucumàn

Emidio Salvigni, disilluso e amareggiato per «i compromessi che nelle guerre civili mettono in pericolo l’esistenza dei cittadini», come lascia scritto ad Helguera e ad Austin consigliandoli di andarsene a Buenos Aires, muore il 19 ottobre del 1866 a San Miguel de Tucumàn, dove ancora vengono onorate le sue spoglie, che riposano in una tomba sormontata da un angelo di bronzo con le ali spiegate che impugna la tromba del Giudizio universale.

Salvigni

La tomba di Emidio Salvigni a San Miguel de Tucumàn

PER APPROFONDIRE

Carlos Páez de la Torre, Un oficial napoleónico en Tucumán y Chile, in «La Gaceta de Tucumán», 8 agosto 1976.

Id., Historia de Tucumán, Editorial Plus Ultra, Buenos Aires 1987.

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