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Intervista ad Alessandro Gori, giovedì 19 marzo al Foro Annonario di Cesena con “Vendo tiroide causa doppio regalo”

Nuovo appuntamento con la rassegna “Autori in centro al Foro”

Arriva a Cesena uno degli autori più riconoscibili e difficilmente classificabili della scena contemporanea. Giovedì 19 marzo alle 19, negli spazi del Foro Annonario, Alessandro Gori sarà protagonista di un nuovo appuntamento della rassegna “Autori in centro al Foro”, dove presenterà il suo ultimo libro Vendo tiroide causa doppio regalo (Nottetempo, 2026), in collaborazione con la Libreria Ubik di Cesena.

Scrittore, poeta e comico — senza però poter essere ricondotto a un’etichetta precisa — Gori, nato e cresciuto nelle campagne della Val di Chiana e laureato in Psicologia, è anche il creatore della pagina “Lo Sgargabonzi”, con cui ha costruito negli anni una voce originale nel panorama della scrittura contemporanea. Con “Confessioni di una coppia scambista al figlio morente” (Rizzoli Lizard, 2022) e l’omonimo spettacolo ha vinto il Premio Internazionale della Satira Forte dei Marmi. “Vendo tiroide causa doppio regalo” rappresenta la sua ottava pubblicazione.

In occasione della presentazione cesenate, abbiamo raccolto alcune riflessioni dell’autore sul nuovo libro, sul suo percorso e sul rapporto – tutt’altro che scontato – con lettori e pubblico.

L’INTERVISTA

Per chi non ti conosce: chi è Alessandro Gori e chi è Sgargabonzi? E cosa deve aspettarsi chi si avvicina per la prima volta ai tuoi testi?

Alessandro Gori sono io, Lo Sgargabonzi è il nome di quello che fu il mio blog e poi le mie pagine sui social. Non ho mai ragionato sulle aspettative del pubblico, mi piace scrivere in purezza ed essere il mio unico referente. Ma se ci sono delle attese da parte di chi mi legge, in cuor mio spero di deluderle. Non mi piace l’arte intesa come un fast food dove ordini un panino ed esattamente quello ti arriva. Un po’ come usa oggi, dove gli artisti si pretende siano i camerieri di questo blob informe a cui strappare venti secondi d’attenzione. Un artista dovrebbe mirare all’eternità, non alla rapina al supermercato.

Arrivi a Cesena per presentare Vendo tiroide causa doppio regalo: cosa racconta questo libro e in cosa è diverso rispetto a quello che hai fatto finora?

La cornice del libro è un fitto dialogo con Natalia Ginzburg, dal quale affiorano due diverse opere. “I dolori del giovane redneck”, un’antologia di racconti che spaziano dall’intimistico al grandguignolesco. E poi “Canzoniere del danno catastrofale”, una fioritura di colorati sonetti a guazzo nell’abisso.

Questo libro nasce in continuità con il tuo lavoro online oppure senti che qui c’è qualcosa di più strutturato, anche nel modo di scrivere?

Online non scrivo praticamente più da molti anni ormai. Ma anche quando lo facevo, consideravo i miei status come gli scarabocchi fatti durante una telefonata noiosa. Magari erano divertenti, ma c’ho sempre investito poco artisticamente e per niente emotivamente. I social sono sempre stati il brogliaccio di quelli che magari sarebbero stati i miei libri e i monologhi dei miei spettacoli, quelli sì una questione dannatamente seria.

Sgargabonzi è un personaggio costruito o è il modo più diretto che hai trovato per dire certe cose?

Nessun personaggio costruito. Ho sempre parlato con la mia lingua di comico e mettendoci la firma. Non mi sono giustificato con la scusa d’una proiezione psichica chiamata Sgargabonzi nemmeno quando mi sono preso denunce penali.

Nel tuo lavoro si mescolano ironia, disagio e paradosso: che tipo di reazione cerchi davvero nel lettore o nel pubblico?

Nessuna reazione. Come ho già detto, un artista per me deve disinteressarsi del pubblico e non perdersi in esercizi di ruffianeria. Se del pubblico te ne freghi, se crei solo per te stesso, c’è chi lo apprezzerà e si sentirà rispettato per questo. Magari non avrai folle oceaniche a seguirti, ma degli adepti fedeli.

Ti è mai capitato di pensare: “questa forse è troppo”? E, più in generale, che rapporto hai con i limiti nella scrittura: autocensura o libertà totale?

Il mio io osservante e il mio filtro morale sono sempre attivi. Ma parlo di un filtro mio, endemico, parziale, legato alla mia sensibilità e non frutto di un addomesticamento, specie oggi che il pensiero unico non è mai stato così egemone. Ci sono questioni che mi stanno molto a cuore, altre non sono semplicemente nelle mie corde. Per il resto non mi piacciono il cinismo strutturale, la goliardia da gita scolastica, né il dirla grossa gratuitamente per farsi notare coi propri poveri mezzi. Sono scorciatoie che non ho mai percorso. Ma nel momento in cui mi do via libera, concedo alla mia creatività una palette completa di colori. Penso sia addirittura doveroso.

Secondo te oggi la satira ha ancora una funzione oppure è diventata soprattutto una forma di espressione personale?

Non mi ha mai appassionato la satira, anche se magari l’attraverso senza accorgermene. Non sono un idealista strutturale, preferisco partorire oggettivazioni di me stesso. Far cozzare argomenti apparentemente inconciliabili per vedere che storia sbrodola fuori. Se gli riconosco qualche qualità diventa un tassello del mosaico, altrimenti la cestino. Un comico dovrebbe partorire le sue storie come Jackson Pollock e le sue macchie di colore. Senza doverle spiegare a nessuno.

C’è qualcosa che ti infastidisce nei tuoi lettori o nel tuo pubblico o nel modo in cui vieni interpretato?

Mi infastidiscono la semplificazione e l’equivoco che spesso ne consegue. Ma accetto il rischio: non mi piace spiegare le barzellette. E a essere troppo calligrafici si rischia di creare con gli artigli spuntati.