COME ERAVAMO
|COME ERAVAMO / Una famiglia contadina patriarcale (storia di due fratelli)
di Fiorenzo Barzanti (barzanti.fiorenzo@gmail.com) riproduzione riservata
Storie vere di vita contadina a San Tommaso bel paesino sulle colline romagnole di Cesena abitato da famiglie di contadini mezzadri.
La mia era una di queste ed io ero un bambino al quale sono rimasti impressi molti ricordi,
inizio anni 60.
Giovedì 1 ottobre 2026
(ogni giovedì dal 2011)
SI GUASTA IL TEMPO.
‘’ Um fa mel e cal, me ha deg cus guasta’’ (mi fa male il callo, io dico che si guasta il tempo). L’altro rispose: ‘’ che feza mo lo, nun a sem za guest’’ (faccia pure lui, noi ci siamo già guastati).
Il dolore al callo dei piedi segnalava l’arrivo di una perturbazione (si guastava il tempo). La risposta era ancora più bella: decida lui dove lui non era necessariamente Dio ma un’entità superiore (il tempo) non governabile dagli uomini. La conclusione era di un pessimismo ultimativo: noi due ci siamo già guastati (siamo ormai vecchi) e non c’è nulla che possa riaggiustarci cioè che ci faccia ritornare giovani mentre il tempo dopo la perturbazione ritorna bello.
Questo era il dialogo fra i due uomini avanti con l’età che tornavano stancamente a casa da Cesena con il loro asino dopo avere fatto la spesa nella giornata di mercato a Cesena che era tradizionalmente il sabato mattina.
Si chiamavano Quarto e Sesto ed erano due fratelli. I loro genitori non erano stati fantasiosi nel mettere i nomi ai figli ma avevano cominciato da uno (Primo) per poi continuare in sequenza fino al numero sei (Sesto) quando la povera mamma morì di parto.
LA MOGLIE FUGGITA
La storia dei due è abbastanza anomala. Formavano di fatto una delle poche famiglie patriarcali ancora esistenti.
Oltre a loro due, nella famiglia contadina vivevano i loro due figli maschi mentre le due figlie si erano sposate ed erano andate ad abitare fuori casa. I loro figli a loro volta erano sposati e ciascuno con due bambini. C’era inoltre il vecchio nonno Guelfo che aveva raggiunto la soglia dei 103 anni.
Fatti i conti i componenti della famiglia erano 11. E le mogli dei due fratelli? Non le ho contate, vi siete chiesti il perché?. Mentre la moglie di Sesto era morta abbastanza giovane di malattia, la moglie di Quarto, non ci crederete, era fuggita. Un fatto molto anomalo per quel tempo. In tutti i paesi limitrofi se ne faceva sempre un gran parlare.
Per la verità la donna era andata via di casa molte volte ma a differenza di questa era sempre ritornata. La donna si invaghiva facilmente di uno spasimante, fuggiva con lui ma al massimo dopo 15 o 20 giorni ritornava. Il marito che sicuramente aveva le sue colpe se ne era fatta una ragione e il clima famigliare non ne risentiva più di tanto.
Rimase famoso il giorno di natale di quell’anno. I piatti dei cappelletti erano pronti, caldi e fumanti in tavola ma la donna che era fuggita una settimana prima, non c’era. Disse Sesto alla famiglia riunita:’’ Mitema da perta un piat ad caplet par la ma in ches cla arturna’’ (mettiamo da parte un piatto di cappelletti per la mamma nel caso ritorni). Per inciso, vi faccio notare che era un modo di dire abbastanza comune per un uomo chiamare ‘’ma’’ (mamma) la moglie quando si rivolgeva ai figli.
Dovete sapere che in una famiglia patriarcale c’era sempre un solo gallo che comandava e non sempre sappiamo il perché. Era il più scaltro, il più svelto, il più fortunato, il preferito dal padre? Ah saperlo?. Succede spesso anche nelle aziende moderne quando i soci di maggioranza sono due fratelli, spesso uno è bravo e comanda e l’altro è scemo nel senso che gode di luce riflessa comandando come il due di spada quando le briscole sono a bastoni. Nel nostro caso comandava Quarto. Comunque i due fratelli erano molto affiatati, si volevano bene e pur nella gerarchia dei ruoli andavano in città insieme ma sempre con uno solo che decideva. Siamo alla fine degli anni 50 e ci troviamo in uno dei bei paesini sulle colline romagnole di Cesena abitato da famiglie contadine.
L’UVA PER ILPADRONE
I due erano partiti alla mattina presto ed avevano parcheggiato l’asina nello ‘’stalletto di Gnuleti’’ vicino al cinema Astra di Cesena. Per prima cosa portarono un platoncino di uva sangiovese ben matura al padrone del podere che abitava a Madonna delle Rose la zona dei ricchi di Cesena. Disse Quarto al fratello prima di entrare:’’ tu non parlare e soprattutto non dire quando abbiamo intenzione di vendemmiare’’.
Eravamo a ridosso della vendemmia e dovete sapere che insieme alla trebbiatura del grano era l’occasione nella quale il padrone del podere era presente sul campo per tutto il giorno. Controllava che il contadino non facesse sparire una parte dell’uva che veniva divisa a metà. Ma i contadini erano furbi e di solito andavano nella vigna la sera prima e raccoglievano alcune cassette dei grappoli migliori che nascondevano nella vigna del vicino. A vendemmia ufficiale terminata l’avrebbero ripresa ed il vino prodotto non sarebbe stato da spartire con nessuno. Vi dicevo che l’uva vendemmiata ufficialmente veniva pesata. Il contadino avrebbe pagato al padrone la parte che gli spettava nei conteggi ufficiali di fine anno ed il vino sarebbe stato tutto suo.
LA PIAZA DAL GARNELI – L’OSTERIA MOCHILETA.
Per pattuire il prezzo si andava a Cesena in ‘ piaza dal garneli ‘ (Piazza Sant’Agostino) dove i venditori ed i compratori con l’intermediazione dei sensali (mediatori) determinavano di fatto la ‘’borsa dell’uva’’. C’era anche il caso raro che il contadino trasformasse tutta l’uva in vino ed il padrone prendesse la sua parte di vino alla fine.
Li ricevette la‘’sgnoura padrouna’’ che si chiamava Iolanda, li fece sedere ed offrì loro un bicchierino di liquore millefiori poi prese un paio di pantaloni usati che il marito non usava più e li regalò a Sesto. Mi sono sempre chiesto: chissà perché la roba vecchia veniva regalata al meno sveglio?.
Nel frattempo arrivò il padrone con il quale concordarono il giorno della vendemmia. I due poi andarono nell’osteria ‘’Michileta’’ che era in via ‘’ diureps’’ (via degli Orefici) dove incontrarono gli amici che vedevano di rado. Chiacchierarono per un’ora mangiando piadina con il cotechino bollito e bevendo diversi bicchieri di sangiovese.
IL MACELLAIO PIO DE MUCHIN
Fu poi la volta del macellaio ‘’Pio de Muchin’’ (Pio Brighi) che era nell’angolo di via Pescheria. Si vendeva soprattutto carne da brodo. Il macellaio aveva un diavolo per capello: butta il foglio di carta gialla sulla bilancia, metti un pezzo di pigadura che fa il brodo buono, un pezzo di magro, un osso e un pezzo di coda e via. C’era una lunga fila perché il sabato tutti i contadini lo frequentavano.
Mentre erano in fila le battute col doppio senso si sprecavano. Disse Gigio che non stava mai zitto:’’ dai un pez ad couda ad piò ma Zvan che la su moi lann’ha mai basta’’ (dagli un pezzo di coda in più a Giovanni che sua moglie non ha mai abbastanza). Giovanni era permaloso, diventava serio, si avvicinava con fare minaccioso e diceva ad alta voce:’’ se la tu moi la ven in te let cun me l’ha trova e Signour’’ (se tua moglie viene a letto con me scopre che il Signore esiste).
Per fortuna che intervenivano altri con altre battute prima che la situazione degenerasse. Era tipico del mondo contadino, quando uno scherzo si trasformava in lite gli altri intervenivano per riportare i discorsi sulla retta via. I due fratelli acquistarono 2 chilogrammi di ‘’pigadura’’. A casa le nuore avrebbero aggiunto una gallina ed alla domenica ci sarebbe stato il brodo con le pappardelle per tutta la famiglia. Anzi una parte di brodo veniva messa da parte e l’avrebbero mangiato i bambini ed il nonno alla sera inzuppandovi il pane duro con l’aggiunta di polvere di cannella. Vi invito a provarlo, è una vera e propria specialità.
DA MELDOLI A CESENA PER ACQUISTARE I PRODOTTI PER IL VINO:
Poi fecero una sosta da Meldoli. Era il negozio che vendeva prodotti per il vino: damigiane, bottiglie, fiaschi, e imbuti ma soprattutto prodottici chimici per correggere il vino. I contadini facevano la fila per andare nel retrobottega, tutti ufficialmente per acquistare le cordelle di zolfo (e soifan) che serviva per sterilizzare le botti di legno. In realtà acquistavano la ‘’dose’’ che sarebbero gli odierni solfiti affinché il vino si mantenesse a lungo senza degradare il colore ed il sapore. Poi c’era la polvere per togliere ‘’ e chè dla bota’’ (il gusto del legno della botte), quella per eliminare ‘l forte’ (sentore di aceto), quella per dare colore, ecc..
Un anno il contadino soprannominato Varen ne aggiunse troppa ed il sangiovese diventò talmente viola che sembrava estratto di sambuco. Non voglio essere cattivo ma vi dico (io sono figlio di contadini) che il vino all’epoca veniva truccato come e più di adesso. Dopo avere acquistato anche due ‘’pitureni’’ di baccalà i due fratelli tornarono a casa.
I nipotini fecero una gran festa e dalle tasche spuntarono: bamboccini di zucchero colorato, garibaldini di vari colori, i ‘’muchin’ (caramelle morbide al gusto di liquerizia).
Le due nuore controllarono tutta la spesa e misero la carne da brodo in un secchio calato nel pozzo perché si mantenesse per l’indomani quando la pentola l’avrebbe inghiottita. All’epoca nessuno aveva il frigorifero. La temperatura nel pozzo a fior d’acqua era sempre più bassa di quella esterna ed i cibi messi in un secchio si potevano conservare per qualche giorno. Dimenticavo, anche il vecchio nonno ebbe il suo regalo, tre sigari di quelli lunghi che lui tagliava a metà e si trastullava per tutta la settimana.


