Quantcast

Giornata contro la violenza sulle donne. Femminicidi in aumento, serve formazione nelle scuole e nei tribunali

Quando si parla di violenza di genere il pensiero corre subito ai femminicidi, alle botte, ai lividi, agli stupri, alle minacce, alle urla. Insomma, alle donne uccise e violate per mano di chi avrebbe dovuto amarle: mariti, padri, fidanzati, compagni, ex. Questo tipo di violenza è quello più manifesto, visibile, riconoscibile. La punta dell’iceberg, ciò che affiora.

Sotto la superficie, più nascosti e difficili da riconoscere, a volte anche alle stesse donne che li subiscono, restano molti altri tipi di affronti. Le manie di controllo: “fammi vedere le chat del telefono, se non hai nulla da nascondere, che problema c’è?”. La spirale dell’isolamento, in cui si viene indotte a scivolare: “ma che bisogno hai di uscire con le amiche, di frequentare la tua famiglia, non ti basto io?”. Lo stalking. La svalutazione: “ma come ti vesti, sembri una puttana”, “non sai fare niente, sei una fallita”, “sei una pessima madre”. La sudditanza economica: “non serve che lavori, penso io a te, devi solo chiedermi quello di cui hai bisogno”.

E più sotto ancora, ancora meno riconoscibile, tutta una serie di elementi talmente intrecciati con la cultura in cui tutte e tutti siamo immersi, da sembrarci “naturali”: stereotipi sessuali per cui le donne non sarebbero capaci o portate per svolgere certe mansioni, dal cambiare la gomma dell’auto al guidare il consiglio d’amministrazione di un’azienda. O, al contrario, avrebbero un’innata propensione a crescere i figli o prendersi cura degli anziani e di chi ha bisogno. E ancora: l’uso sessista del linguaggio, che cancella le donne quando nomina ruoli di potere e prestigio – l’avvocato, il magistrato, l’ingegnere, quando il linguaggio serve per nominare ciò che esiste, dunque che ciò che non viene nominato, perde di realtà, non è.

Un femminicidio non inizia mai con un coltello nelle costole, con le mani che stringono attorno al collo, con una pistola che esplode proiettili. Chi si occupa di violenza maschile contro le donne parla da sempre di una “spirale di violenza”, che si stringe sempre più attorno alla donna, di un processo sistemico che non riguarda solo l’ambito domestico, dove la violenza spesso agisce, ma l’intera società: è lì che trova linfa e nutrimento, in un modello sbagliato di relazioni tra i sessi. Se vogliamo vedere scendere il numero dei femminicidi e dei maltrattamenti a carico delle donne è nel sistema culturale che dobbiamo mettere le mani. Sono le stesse donne che lavorano nei centri antiviolenza a dirlo unanimemente.

Dal 1999 l’ONU ha istituito la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, che ricorre il 25 novembre.

Oggi, a distanza di oltre 20 anni dalla prima celebrazione, l’obiettivo sembra più che mai lontano. Solo negli ultimi giorni, in Emilia Romagna sono state 5 le donne uccise da uomini violenti, che in un caso hanno annientato anche la vita di due bambini, di 2 e 5 anni. Nonostante le leggi non manchino, troppe denunce vengono archiviate, troppe donne non vengono credute quando denunciano le violenze subite.

Alle donne che lavorano nei centri antiviolenza della nostra provincia, Linea Rosa a Ravenna, Cervia e Russi, Demetra Donne in Aiuto a Lugo e in Bassa Romagna, SOS Donna a Faenza e comprensorio, abbiamo chiesto:

Che significato ha oggi, celebrare il 25 Novembre?

“È importante perché il fenomeno continua ad esistere, i femminicidi non calano, e culturalmente tira un’aria di autoritarismo che colpisce direttamente le donne – dice Nadia Somma di Demetra Lugo -. Quello che non mi piace del 25 novembre è la retorica, sono gli spot pubblicitari che parlano in maniera patetica delle vittime, che le rappresentano come delle “sciocchine” consapevoli, prive di coraggio e quindi, paradossalmente, replicano tutti gli stereotipi e i pregiudizi che alimentano la violenza contro le donne”.

“Sento in giro commenti allucinanti, sui media, in tv, anche da parte di avvocate e presunti esperti – aggiunge –  che, quando si parla di casi di violenza, si profondono in messaggi sempre rivolti alle donne: è come se si dicesse loro che la relazione che vivono si dipana su un campo minato e sono loro a dover evitare le mine. Altrimenti, se saltano in aria, è colpa loro. Manca l’idea della necessità di “sminare il campo” e far sì che le donne non debbano imparare ad evitare tutti i rischi. Ormai, di violenza contro le donne parlano tutti, ci sono molte banalizzazioni”.

“Naturalmente è importante ricordare il 25 novembre, fare iniziative con persone competenti e che ne parlino da un punto di vista rigoroso, diciamo scientifico, non moralistico – continua -. Le vittime di violenza hanno una sindrome post traumatica da stress, che è la stessa dei prigionieri di guerra. Ma chi va in guerra fa parte di un esercito e ci viene mandato sapendo ciò a cui va incontro. Le donne questa guerra la subiscono. Bisogna parlarne con competenza, non con qualunquismo. Mi piacerebbe il 25 novembre senza la retorica del 25 novembre”.

“Per noi – ribadisce Alessandra Bagnara di Linea Rosa Ravenna – ha il significato di tutti i giorni dell’anno, perché tutti i giorni ci troviamo ad affrontare maltrattamenti, violenze e, purtroppo, femminicidi. Mentre per il resto della società, questa giornata ha un appeal diverso. A volte mi indigna, perché mi piacerebbe che ci fosse un’attivazione così profonda sempre. Vorrei che il 25 novembre fosse tutti i giorni”.

“Enti, associazioni, istituzioni, forze dell’ordine, scuole: tutti si muovono attorno al 25 novembre, come se esistesse solo questa giornata – commenta -. Ma i centri antiviolenza sono aperti tutti i giorni dell’anno e le donne vengono picchiate, umiliate, denigrate e uccise tutti i giorni dell’anno. È stato giusto riconoscere questa Giornata, però deve essere di monito per far sì che ci si attivi tutti i giorni”.

Dello stesso parere è anche Antonella Oriani, di Sos Donna Faenza: “Ha molta rilevanza e non dovrebbe finire lì. Purtroppo le violenze avvengono tutto l’anno e le attività di attenzione al tema dovrebbero svolgersi continuamente. Gli ultimi dati del Viminale riportano in calo il dato sugli omicidi in Italia, ma mettono in luce che circa il 40% di quelli commessi sono femminicidi. Siamo di fronte ad una mattanza, che va fermata con azioni concrete da parte dello Stato”.

La vittimizzazione secondaria: ne parla Nadia Somma

Io sono consigliera D.I.Re. per la regione Emilia Romagna dal 2017 e sono stata la promotrice di un osservatorio nazionale sulla vittimizzazione secondaria, quella che le donne subiscono da parte delle figure che avrebbero il compito di proteggerle: forze dell’ordine che raccolgono le denunce, avvocati che le difendono, giudici chiamati a decidere nei processi per violenza o nelle cause di divorzio. Ma anche esperti delle Consulenze Tecniche di Ufficio disposte dai Tribunali, assistenti sociali. In pratica tutte le figure che le donne che subiscono violenza incontrano sul loro percorso. La mancanza di formazione quasi totale sul tema della violenza, fa sì che le donne non vengano credute, le loro denunce minimizzate, le violenze subite scambiate per conflittualità tra coniugi.

Alcuni percorsi sono molto celeri e positivi, quando si incontrano magistrati competenti, forze dell’ordine che prendono bene le denunce, servizi sociali attenti, giudici civili che riconoscono la violenza.

Può avvenire ma è raro. In ognuno di questi passaggi c’è sempre un ostacolo. Sempre. I tribunali penali non distinguono ancora il conflitto tra i coniugi dalla violenza domestica e fanno ancora fatica a riconoscere la violenza psicologica, perché una minima parte dei magistrati, le figure chiamate a decidere ed emettere sentenze, sono formati.

Spesso non si fa nessuna valutazione del rischio. Pensiamo al recentissimo caso di Reggio Emilia, dove Mirko Genko ha accoltellato la compagna, Juana Cecilia Hazana Loayza. L’uomo aveva già compiuto maltrattamenti contro una ex, aveva stolkerato Juana, violato il provvedimento cautelare che gli impediva di avvicinarsi a lei, era stato condannato a 2 anni per questo, ma gli hanno dato la condizionale perché ha accettato di fare un percorso in un centro d’ascolto per uomini maltrattanti. Ha fatto due incontri, dopodiché è andato ad uccidere la fidanzata.

Queste cose succedono se manca una valutazione del rischio. La condizionale poteva anche non essere concessa, visto che c’era tutto il rischio di una recidiva, lui sarebbe stato in carcere e nel frattempo si potevano attuare degli interventi nei suoi confronti.

C’è un altro elemento emblematico in questo caso: lui è figlio di una vittima di femminicidio. Quel che ha fatto ci dimostra quanto sia concreta la trasmissione intergenerazionale della violenza, per cui bisogna intervenire per allontanare i minori dalle situazioni in cui assistono alla violenza, altrimenti diventa qualcosa che apprendono.

Invece è stata data la sospensione condizionale della pena ed è successo quello che è successo. Bisogna lavorare molto sulla formazione.

Per quanto riguarda i tribunali civili va ancora peggio: il giudice civile, chiamato a decidere sull’affidamento dei figli, in nome del principio della bigenitorialità, che è diventato un totem indiscutibile e dunque un diritto dell’adulto, più che del minore, dispone quasi sempre un affido condiviso, anche nei casi di violenza domestica. E se le donne denunciano le violenze subite, vengono disposte le Consulenze Tecniche d’Ufficio (CTU) guidate da professionisti spesso non formati in merito e carichi di pregiudizi. Le donne vengono vittimizzate e spesso perdono l’affidamento dei figli con l’accusa di essere madri alienanti, malevole, ostative, solo perché proteggono i propri figli da padri violenti. La paura di vedersi sottrarre i figli, collocati in casa famiglia, è un terribile deterrente per le donne a denunciare.

Cosa fa acqua nella rete di supporto? Ne parla Alessandra Bagnara

C’è la necessità di trovare strumenti per analizzare nel dettaglio le storie delle donne che muoiono per mano degli uomini violenti. Non tanto per andare alla ricerca di uno o più colpevoli, ma per capire dove la rete di supporto abbia fatto acqua, dove si è creata la falla.

Analizzare tutti questi percorsi, serve per capire dove si può intervenire e cosa si può fare. Si parla tanto di cambiamento culturale, di prevenzione, ma non possiamo pensare che bastino interventi sporadici nelle scuole o qualche articolo di giornale focalizzati sul tema del rispetto o dell’utilizzo corretto del linguaggio. Servirebbe una presa di coscienza forte sul problema della violenza sulle donne, per affrontarla in modo sistematico e quotidiano.

Se ci fossero interventi strutturali nelle scuole di ogni ordine e grado, si potrebbe parlare davvero di prevenzione. Gli interventi a macchia di leopardo lasciano il tempo che trovano, come anche le formazioni fatte sugli adulti, sebbene necessarie. L’intervento mirato e sistematico sulle scuole è l’unica strada che ci può portare ad un vero cambio di paradigma. Perché i giovani di oggi sono gli avvocati, i magistrati, gli agenti di polizia, gli assistenti sociali, i giornalisti di domani. Allora sì che in un’aula di giustizia non troveremo più la vittimizzazione secondaria, sui giornali non si parlerà più di donne uccise per troppo amore, un pubblicitario non userà il corpo della donna per trasformarlo in un oggetto. Un’attività quotidiana strutturata nelle scuole ci potrebbe portare a questo.

L’importanza della formazione nelle scuole: ne parla Antonella Oriani

La prevenzione deve essere messa al centro, perché solo così riusciremo ad abbattere i maltrattamenti e i femminicidi. Le leggi ci sono, i centri antiviolenza anche, il nostro è un territorio molto sensibile sul tema della violenza, eppure i femminicidi restano. Perché? La ragione sta nel retaggio culturale che non riusciamo a smantellare, per cui le donne vengono ancora percepite come oggetti di proprietà degli uomini.

Quando andiamo nelle scuole ad incontrare i giovani sentiamo storie che sono campanelle di allarme: ci sono ragazzine che, quasi con soddisfazione, raccontano che il fidanzato controlla loro i chilometri percorsi con il motorino. “Perché ci tiene a me”. Scambiano il controllo con la cura, ma il controllo porta a limitazioni della libertà che non ha nulla a che fare con l’amore. Per questo crediamo che servano interventi di formazione capillari in tutte le scuole di ogni ordine e grado. La prevenzione dovrebbe essere inserita in una programma stabile della formazione scolastica. È un lavoro lunghissimo, del quale non si vede la fine, ma è indispensabile.