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Le Rubriche di CesenaNotizie - Romagna Mondo

ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 5 / Giuseppe Bandini, sacerdote “cow-boy” dalla Romagna al West

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Come già abbiamo scritto in precedenza, fra gli italiani che raggiunsero l’America nell’Ottocento, prima ancora delle grandi ondate migratorie di fine secolo, ci furono diversi religiosi che si recarono nel Nuovo Mondo, e principalmente nelle sue aree più critiche, con intenti missionari; e abbiamo detto che alcuni di loro si erano formati nel seminario di Bertinoro, come Pasquale Tosi, di cui abbiamo trattato nella puntata n. 2 di questa rubrica. Oltre a lui, riteniamo assolutamente degni di nota i fratelli forlivesi Giuseppe (1852-1899) e Pietro Bandini (1852-1917) e il loro nipote Tito (1873-1923), dei quali, per rimanere alla saggistica italiana, si è occupato soprattutto Paolo Poponessi, i cui scritti, ai quali doverosamente rimandiamo per ulteriori approfondimenti, in questo caso fungono da punto di riferimento.

Nativi americani

Nativi americani con un sacerdote cattolico di una Missione del West

Di Giuseppe Bandini, una nota biografica conservata nel Jesuit Oregon Province Archives della Gonzaga University di Spokane, nello stato di Washington, tradotta e pubblicata fra gli altri da Poponessi, recita: «Di buona salute, di temperamento piuttosto collerico e malinconico, di media robustezza […]. Nell’autunno del 1867 partì per le Montagne Rocciose dove fece il terzo anno di probazione per dedicarsi poi completamente al ministero fra gli indiani, superando fatiche non indifferenti». Lo storico dei Gesuiti Wilfred P. Schoenberg, nel suo Paths to the Northwest (Loyiola University Press, Chicago 1982), lo definì «un sacerdote cow-boy» per sottolineare la sua capacità di adeguarsi alle esigenze, agli stili di vita e al contesto del selvaggio West e della frontiera. Forte, adattabile, deciso, «collerico», ma allo stesso tempo colto: era infatti un eccellente linguista e fu in grado di apprendere gli idiomi dei nativi e di redigere successivamente numerosi testi.

Dizionario indiano

Un dizionario della lingua dei nativi americani di cui fu coautore Giuseppe Bandini

Ordinato sacerdote nel 1867, Giuseppe era partito subito per il Nuovo Mondo; dopo essere stato brevemente in California e in Oregon, raggiunse le missioni gesuitiche di Sacre Herth, in Idaho, e poi quella di St. Ignatius, in Montana, che furono i principali (ma non unici) teatri del suo impegno. Operò infatti anche nelle missioni di St. Michel, presso la tribù degli Spokane, e in quella di St. Paul dei Colville, nella zona dell’attuale stato di Washington, quindi nell’estremo nord-ovest del paese, poi fu di nuovo a lungo in Montana, tra gli “indiani” Assiniboine, Piedi Neri, Crow, ecc. Scrive di lui Paolo Poponessi: «Il contesto nel quale questo gesuita si trovò a vivere per oltre trent’anni contribuì indubbiamente a forgiarne il carattere, facendone emergere il tratto deciso […]. In questo paese così diverso dalla pianura e dalla collina della Romagna dalla quale proveniva, Bandini, nato in una ricca e borghese famiglia di una città dello Stato Pontificio come Forlì, divenne un “sacerdote cow-boy”, in grado di affrontare le asprezze e le sfide di una vita in terra selvaggia. Proprio a St. Ignatius a Bandini capitò una singolare avventura che poteva accadere solo a un missionario nel selvaggio West: recatosi nella chiesa della missione per confessare, ebbe la sorpresa di trovarsi dinanzi un orso che nel confessionale aveva trovato un comodo e tranquillo rifugio».

Indiani
Indiani

In alto, nativi nei pressi della Missione di St. Ignatius. Sopra, una delegazione della tribù dei Piedi Neri in visita a una Missione dei Gesuiti

Ma il prete romagnolo non dovette spaventarsi più di tanto: era avvezzo a quell’ambiente e alla sua fauna, domava cavalli, probabilmente non disdegnava la caccia e aveva addirittura la passione di catturare e collezionare serpenti. Giuseppe Bandini, che una volta raggiunta l’America non fece mai ritorno in Italia, morì il 9 febbraio del 1899 a Spokane, nel tempo in cui stava per chiudersi il secolo e tramontava un mondo, quello delle tribù e dei territori “indiani”, ormai definitivamente conquistato dai “bianchi” (l’ultimo “incidente” tra soldati statunitensi e nativi era avvenuto l’anno precedente, 1898, quando il 5 ottobre, in Minnesota, aveva avuto luogo un conflitto a fuoco, oggi detto “Battaglia di Sugar Point”, che aveva coinvolto il 3° Reggimento di Fanteria e alcuni “indiani” Chippewa della cosiddetta “banda Pillager”). Un mondo di cui Bandini ha lasciato testimonianze nei suoi scritti epistolari e nei suoi studi linguistici, purtroppo poco conosciuti e, si può dire, da noi pressoché dimenticati.

Andrea Galli, nel suo blog gliscritti.it, recensendo il film del 2015 The Revenant, diretto da Alejandro González Iñárritu, fa notare che c’è una scena in cui il protagonista Hugh Glass (interpretato da Leonardo Di Caprio) vede in sogno il figlio – avuto da un’indiana Pawnee e che gli è stato ucciso dal compagno traditore Fitzgerald – mentre si erge muto fra le rovine di una chiesa cattolica. Insolito rimando, nella filmografia western, perché una simile chiesa, in luoghi simili immersi in una natura e in un contesto “selvaggi”, sembrerebbe non entrarci nulla con trapper e indiani, né con il personaggio storico di Hugh Glass, realmente esistito, e annota: «È questo l’altro grande aspetto dimenticato di quella storia: il ruolo che una serie di missionari, soprattutto cattolici e in specie gesuiti, ebbero pressappoco negli stessi anni e lungo gli stessi fiumi e sentieri battuti dai protagonisti di The Revenant» (e poco importa che l’evento da cui parte la trama del film, cioè l’abbandono di Glass ferito, sia ambientato nel 1823, un po’ prima degli eventi che stiamo raccontando qui). Alcuni di quei missionari, l’abbiamo visto, erano romagnoli, e di loro, al di là di ogni giudizio storico, si sa troppo poco; e ciò rende ancora più meritevole il lavoro di Paolo Poponessi, autore del bel saggio Mission. I Gesuiti tra gli indiani del West.

The Ravenant

La citata scena del film The Revenant

Come accennato in precedenza, anche il nipote di Giuseppe e Pietro Bandini (di quest’ultimo tratteremo in un altro numero della rubrica), Tito, nato a Cesenatico nel 1873, studiò in seminario a Bertinoro, si laureò in teologia e in diritto canonico e civile a Roma e, una volta ordinato sacerdote, dopo un periodo dedicato all’insegnamento partì, nel 1911, per l’America, soprattutto per dare assistenza allo zio Pietro che, come vedremo prossimamente, era impegnato a dirigere la comunità agricola italiana che aveva fondato a Tontitown, in Arkansas. Don Tito Bandini, dopo la morte dello zio Pietro, operò soprattutto presso il seminario polacco di Orchard Lake, in Michigan. Morì a Healdsburg, in California, nel 1923, ed è sepolto insieme allo zio Pietro a Tontitown.

Libro

PER SAPERNE DI PIÙ

L. Palladino, Indian and White in the Northwest, Wickersham Publishing Company, Lancaster 1922.

W.P. Schoenberg, Jesuits in Montana, Oregon Jesuits, Portland 1960.

W.P. Schoenberg, Paths to the Northwest, Loyiola University Press, Chicago 1982.

A.F. Rolle, Gli emigrati vittoriosi. Gli italiani che nell’Ottocento fecero fortuna nel West americano, Rizzoli, Milano 2003.

P. Poponessi, In America voglio andare, L’Almanacco, Forlì 2004.

P. Poponessi, Mission. I Gesuiti tra gli indiani del West, Il Cerchio, Rimini 2010.

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